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Io non sono la mia stomia - La storia di Sonia
Mi chiamo Sonia, ho 57 anni e sono mamma di due ragazzi di 21 e 25 anni, che oggi non vivono più con me: uno è atleta e l’altra si è laureata e convive ormai da un anno. Lavoro come assistente in uno studio dentistico e mi piace molto: il medico si occupa del paziente, mentre l’assistente fa da ponte tra medico e paziente, aiutando ad alleviarne le paure. È un lavoro che trovo molto gratificante, anche perché mi permette di essere al fianco delle persone e di confrontarmi con medici e infermieri, che sono anche le figure chiave del mio percorso di riabilitazione.
Nel tempo libero mi piace passeggiare e stare all’aria aperta. Prima dell’intervento facevo attività sportiva, che mi sono ripromessa di ricominciare attivamente ora che sto riprendendo in mano la mia vita. Ho ricominciato a lavorare da poco; sono una persona positiva e cerco di esserlo anche nell’affrontare la mia malattia.
Perché hai dovuto affrontare l’intervento?
A causa di un tumore alla vescica molto aggressivo. Mi è stata confezionata una urostomia.
Come sei venuta a conoscenza del servizio Convatec me+?
Subito dopo l’intervento, su indicazione delle mie stomaterapiste, Anila e Debora dell’Ospedale Le Molinette di Torino, che sono per me un punto di rifermento. Ho trovato le consulenti del servizio Convatec me+ molto preparate e disponibili: mi hanno fornito informazioni utili e supporto.
Ho partecipato anche all’evento Convatec me+ Village a Torino e ho trovato molto importante il confronto con altre persone che vivono la mia stessa esperienza. Spesso le persone che convivono con una condizione cronica tendono a isolarsi e, a mio avviso, questo è un errore. Questo momento di condivisione è stato davvero prezioso. Vedere altre persone stomizzate raccontarsi, è stato importante: un esempio che può davvero aiutare gli altri.
C’è qualcuno che desidera ringraziare?
La mia famiglia è stata fondamentale: mi è stata vicina ogni giorno, dandomi la forza di affrontare tutto quello che mi stava accadendo. I miei genitori, mio marito, i miei figli: un supporto costante che mi ha permesso e mi permette tuttora di dire: “Ce la faccio. Ce la devo fare”. Altrettanto importanti sono stati i miei amici: una rete che non mi ha mai fatto mancare amore e supporto. Sono una persona molto spirituale e credo che l’amore dia una forza incredibile. Infine, un ringraziamento a medici e ricercatori: senza il loro impegno non sono possibili i passi avanti nella cura delle malattie.
Cosa vuole dire a chi vive la sua stessa esperienza?
Di non mollare e di non lasciarsi abbattere. Di non fermarsi all’immagine corporea “modificata” dopo l’intervento che lo specchio rimanda: dentro c’è una persona, un’anima, che può fare grandi cose nonostante la disabilità. Non bisogna sentirsi “brutti”: si può indossare qualsiasi abito e condurre una vita normale.
È importante non ascoltare i pensieri negativi, che comunque esistono. La vita va vissuta con forza, sempre. Io stessa mi sono trovata davanti a un medico che mi ha detto che non sapeva come sarebbe andata a finire. La mia oncologa mi ha spiegato che la situazione era grave, ma che avrebbero fatto tutto il possibile.
Sono una paziente oncologica, ma non si può vivere con la paura di ciò che potrebbe accadere domani. Bisogna scegliere di guardare alle cose belle della vita.
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